martedì 19 settembre 2017

Il telegiornale è meglio della satira!

Lo scrittore sfigato 67


by Lupi

Perché non esistono più i giornali di satira?
E che non vi basta il TG1 quando presenta gli scrittori?
:-)
 

giovedì 14 settembre 2017

Matita fuori margine




Cesare Lo Monaco, in arte César, non lo scopriamo certo noi, non è un debuttante, viste le sue collaborazioni al Corriere dei Piccoli, Smemoranda, Il Messaggero dei Ragazzi, Panorama..., ma fa pensare che per pubblicare una raccolta di graffianti  e incisive vignette debba ricorrere a un piccolo editore. I gusti del pubblico stanno cambiando al punto che il fumetto comico - satirico non ha più lettori oppure i nostri grandi editori si sono acquietati sui guadagni certi rinunciando alla loro funzione di stimolo culturale? Per noi è buona la seconda, ma resta un'opinione, che può essere smentita. D'altra parte vediamo che sono tornati in edicola Popeye e Cocco Bill, cosa che fa ben sperare per il futuro del fumetto umoristico.
Lo Monaco è più un vignettista scuola Giuliano e Forattini che un disegnatore di fumetti, i suoi lavori a tavola unica non prevedono un personaggio fisso, ma in primo piano ci sono le famiglie, i giovani amorfi che popolano il quotidiano, di tanto in tanto tornano i ragazzi al cellulare, gli studenti svogliati, gli amori via internet, ma protagonisti delle tavole sono gli uomini contemporanei. L'artista critica quel che siamo diventati - che è sotto gli occhi di tutti - un popolo di connessi, incapaci di comunicare con le parole e con gli sguardi, ma sempre intenti a dialogare on line, magari con perfetti sconosciuti. Battute divertenti, mai fini a se stesse, qualcuna lascia un sapore amaro in bocca, perché la scopriamo vera, ci rivediamo i nostri figli, la realtà in perenne cambiamento, forse non proprio verso un mondo migliore.


Ed è questo il compito della satira, un genere che in Italia ha vissuto alterne fortune e del quale si sentirebbe il bisogno del ritorno, magari con una bella rivista da edicola come quelle di un tempo (Cuore, Tango, Il Male, persino Comix). César non usa la striscia e neppure la tavola domenicale ricca di vignette, risolve tutto con stile rapido in una sola battuta, graffiante, senza scadere mai a livello di barzelletta. Matita fuori margine è una raccolta di piccole storie di vita quotidiana, un lavoro interessante e soprattutto divertente, che ci permette di capire un po' di più come siamo diventati.



 

Cesare Lo Monaco

Matita fuori margine

Edizioni Sensoinverso



Pag. 140 - Euro 14

 


Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

mercoledì 6 settembre 2017

domenica 20 agosto 2017

Sotto le stelle di un film

Paolo Ghezzi
Pupi Avati - Sotto le stelle di un film
Il Margine – Euro 16 – Pag. 180
www.il-margine.it – editrice@il-margine.it


Il Margine è un editore di Trento che fa bene il suo mestiere, non abdicando al ruolo culturale e pubblicando piccoli libri agili e utili di saggistica popolare e divulgativa. Pupi Avati - Sotto le stelle di un film è una sorta di libro - confessione che Paolo Ghezzi raccoglie dialogando di cinema con i fratelli Avati,  dalle prime incerte prove dei tempi di Thomas e Balsamus, fino a Gli amici del Bar Margherita, al tempo ancora in lavorazione. Il libro ha avuto ben due edizioni: agosto e novembre 2008, ed è ancora molto attuale e interessante, nonostante lo stesso Avati abbia voluto scrivere in tempi più recenti una corposa autobiografia (La grande invenzione, euro 18 - Rizzoli 2013, dal 2014 anche in economica BUR).
Pupi Avati (Bologna, 3 novembre 1938), figlio di un antiquario bolognese e fratello del produttore Antonio, si chiamerebbe Giuseppe ma da sempre porta quel nomignolo affettuoso che - da buon bugiardo - ha tentato di spiegare in modi diversi. Il suo sogno sarebbe quello di diventare jazzista, ma  Lucio Dalla fa naufragare le speranze del futuro regista, depresso dalla bravura come clarinettista dell’amico, che entra a far parte della stesa band. Pupi abbandona sconfortato, ma il ricordo del jazz, torna spesso sotto forma di cinema e di miniserie televisive, a dimostrazione che un grande amore non si scorda mai. Nella vita di Pupi Avati c’è anche un lavoro come rappresentante Findus, ma di indimenticabile resta il cinema, un amore eterno, la passione per Fellini e la visione di un capolavoro come 8 ½  che indicano la strada da percorrere. I primi due film sono Balsamus, l’uomo di Satana (1968) e Thomas (Gli indemoniati) (1969), due lavori grotteschi finanziati da un misterioso imprenditore, il cui nome viene rivelato soltanto dopo la morte. Avati scrive anche la sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pierpaolo Pasolini, per la quale viene pagato ma non accreditato. Cifra stilistica dei primi lavori sono - per dirla con Roberto Poppi - grottesco ridanciano, esagerazione goliardica, voler a tutti i costi sorprendere con storie inusuali, fantastiche, strampalate. Prime commedie in carriera che lasciano il segno: La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1974) e Bordella (1975). Due film che anticipano tre lavori importanti come La casa dalle finestre che ridono (1976), Tutti defunti… tranne i morti (1977) e Le strelle nel fosso (1978). Il vero capolavoro giovanile è La casa dalle finestre che ridono, horror padano di una sorprendente originalità, scritto dal fratello Antonio e interpretato da un ispirato Lino Capolicchio. Pupi Avati è un regista del tutto fuori dalle regole, unico nel senso più alto del termine, non definibile né inquadrabile in un genere, centra l’obiettivo sia come autore di commedie che come autore di film fantastici, intimisti, storici, grotteschi, biografici e parodistici. Il suo cinema parla per lui, sembra realizzato da una squadra di registi, tanta è la varietà di idee che costella sua carriera. Tratto unitario è lo stile. Un film di Pupi Avati si riconosce tra mille. Ed è questo che qualifica un autore. Ben vengano libri come Sotto le stelle di un film che ci portano a conoscere un nostro grande cineasta negli anfratti più reconditi della sua intimità.

mercoledì 16 agosto 2017

Almeno il cane è un tipo a posto


Lorenza Ghinelli
Almeno il cane è un tipo a posto
Rizzoli Best Bur – Euro 11,50 – Pag. 270


Galeotta Festambiente, località Rispescia, dalle parti di Grosseto, dove incontro il libro e ritengo che sia adatto per mia figlia, che ha soltanto undici anni. In realtà mi accorgo quasi subito per lei è un po’ complesso, l’età giusta per leggere il romanzo sarebbe dai 13 anni in poi, senza un limite estremo, ché va bene pure per un adulto. Poco male, ci sono abituato a leggere libri ad alta voce, mi piace pure, finisce che poco per volta glielo leggo io e lei mi aiuta; dopo aver letto tutto Roald Dahl, faccio il bis, e Lorenza Ghinelli mica ci sfigura. Almeno il cane è un tipo a posto è un romanzo appassionante, scritto con stile impeccabile, rapido e guizzante; ci si appassiona alle vicende che si svolgono in un palazzo e vedono impegnati adulti immaturi, adolescenti nerd, bambini che scrivono un diario, vicini di casa insoliti e bulletti da strapazzo. Tutti tipi strani costellano il romanzo di Lorenza, a parte il cane come dice il titolo, ma la particolarità - complessa e originale al tempo stesso - sta nella bravura che l’autrice dimostra nel gestire le diverse prime persone. Il romanzo, infatti, è tutto narrato in prima persona, ma ogni capitolo rappresenta la vice di un diverso narratore, e la storia si sviluppa tenendo conto di molti punti di vista. Non è per niente facile, soprattutto farlo in questo modo, cioè rendendo il romanzo godibile e fresco, in modo tale che anche una bambina di undici anni si entusiasma e pretende prima possibile una nuova lettura. Tra le pagine del libro c’è tutto quel che serve per far appassionare un adolescente, un preadolescente e pure un vecchietto come me che ha sospeso la rilettura di Proust per leggere a voce alta un bel romanzo per ragazzi. Troviamo il problema del bullismo, l’omosessualità femminile, i pregiudizi di ogni tipo, i ragazzini smanettoni, i rapporti familiari precari tra genitori in odor di divorzio e figli che soffrono, due fratelli che si odiano e che si amano. Insomma, personaggi ben descritti, mai monodimensionali, che ti fanno parteggiare per loro e stare in ansia per le sorti dei più deboli. Persino i bulli non sono cattivi tout court, perché il personaggio di Vito - picchiato e vessato da un padre ubriacone - presenta le sue brave giustificazioni per un comportamento deviato ed è comunque capace di sentimenti. Il mio personaggio preferito è Margot che avrebbe meritato un romanzo epistolare a parte, perché il diario di Margot è esilarante, in una parola racconta il mondo visto da una ragazzina di undici anni. Magari ho dato un’idea a Lorenza. Dimenticavo, non è il primo romanzo che leggo della Ghinelli, conobbi la sua scrittura e mi accorsi delle sue grandi capacità sfogliando un dattiloscritto che subito dopo pubblicai con Il Foglio Letterario. Un milione di anni fa, credo. Quel libro si chiamava Il divoratore, poi Lorenza è stata finalista al Premio Strega e adesso pubblica con Rizzoli. Insomma, di acqua sotto i ponti ne è passata, non invano, per fortuna. Mi fa piacere pensare di aver contribuito - anche se in maniera piccolissima - a far sbocciare un talento della narrativa italiana contemporanea. Nessuno me ne darà merito, lo so, ma intanto consiglio questo romanzo, tra i più straordinari e intensi che abbia letto negli ultimi anni. Dramma, noir, commedia, disagio sociale, troverete di tutto. E non ve ne pentirete. 

lunedì 10 luglio 2017

Andata e ritorno



Rileggere un libro da lettore non è come leggerlo da editore, per decidere se pubblicarlo o meno. Per prima cosa il supporto è diverso. Non ci sono fogli stampati dal computer, né la matrice bianca digitale, ma un vero e proprio libro che si apre con una copertina evocativa di un binario morto che finisce in mare. Non è la stessa cosa, soprattutto, perché non devi valutare niente, ma soltanto abbandonarti al piacere della lettura. Ti rendi conto che la seconda volta è quella giusta, ché quel romano te lo gusti per davvero, ne assapori profumi e parole fino in fondo. A partire dalla citazione da Rabbia di Chuck Palahniuk sul perché si fugge dai paesi di provincia (per sognare di tornarci) e per cui si resta (sognare di andarsene). Tutta la storia è permeata da un profondo senso di inadeguatezza, narrata in prima persona da Marco, un protagonista per niente eroico che non riesce a essere felice da nessuna parte. Elena Ciurli dà voce a una generazione di figli educati da genitori immaturi, da famiglie frantumate per colpa di genitori che rincorrono egoismi, tratteggia una madre assente e un padre inadeguato che si sposa di nuovo con una polacca micidiale quando decide di cucinare. Marco torna a Livorno e riscopre i luoghi che l’hanno visto adolescente, dopo aver vagato per molte città europee, da Madrid a Berlino, passando per Londra. rivede il Romito, gli scogli, la sua casa, assapora la tristezza, pensando solo al momento in cui potrà fuggire di nuovo verso un incerto futuro. Ricordi di donne nel passato di Marco, visioni di film anni Settanta che hanno contribuito alla sua iniziazione sessuale, ma anche di cibi caratteristici cucinati dalla nonna (la panzanella), visioni infantili di Super Tele, ginocchia sbucciate, panini al tonno per merenda e quel mare dove tutto finiva, nelle lunghe giornate estive, da ragazzi. Marco e la musica. Marco e gli amici. Francesco è l’amico fedele che non se n’è mai andato da Livorno. Jimi Hendrix è la colonna sonora del viaggio, sul lungomare di Antignano. La musica è una delle ragioni per cui vale la pena non suicidarsi, dice Marco, che si è appassionato al rock grazie al nonno, uno dei personaggi positivi della storia, un vero e proprio punto di riferimento. Il nonno di Marco è il solo mito familiare, la sola persona capace di consigliare libri e musica, quello che l’accompagnava al negozio di dischi per scegliere i vinili da ascoltare. Sono importanti i Ramones nel libro di Elena, che se fossero stati livornesi sarebbero andati in giro con una panda scassata proprio come quella del protagonista. La musica del gruppo rock pervade le pagine come un profumo intenso. Capitoli con nomi di piatti e bevande, segnati da musica rock e momenti culinari, ma soprattutto da ricordi, incontri, amici perduti e ritrovati, genitori inadeguati, nonni fantastici e voglia di fuga.
Fin da bambino mi sono sentito come un ospite nella mia vita, intento a sopravvivere per non dare troppo fastidio al prossimo e forse, neanche a me stesso. Ho sempre visto i miei genitori come degli esseri alieni, che si facevano chiamare mamma e babbo, ma che in realtà non sapevano neanche loro da quale pianeta provenissi. Insomma io rimanevo sull’uscio e non sapevo mai se dovevo entrare o uscire, per non tornare più.
Andata e ritorno è un romanzo proustiano: Quant’era bella Livorno in quelle foto in bianco e nero, quando a Castiglioncello c’erano Mastroianni, Sordi e Gassmann e la vita sembrava scorrere a colori. E ancora: Questa valigia rotta mi sta tormentando, fin da piccolo ho sempre creduto che gli oggetti abbiano un’anima o meglio assorbano gli umori di chi li possiede. In fondo Marco è alla ricerca del suo tempo perduto, riscopre gli odori e i sapori del suo passato, consapevole che le cose vissute nell’infanzia e nell’adolescenza saranno eterne, finiranno per scandire il tempo della sua vita. Ci sono luoghi in cui le emozioni si dilatano e riescono a crescere anche senza acqua, tutto è talmente precario tra quelle mura che ci si attacca l’un l’altro ancora più forte. E come la gramigna quella sensazione di condivisione e solidarietà, ti rimane attaccata addosso per non andarsene più. Se non è Proust questo… Andata e ritorno è un romanzo scritto con stile secco e asciutto, in prima persona, con un incedere incalzante e coinvolgente. E di tanto in tanto scopri pennellate di letteratura, descrizioni poetiche efficaci, come uno stupendo panorama che si ammira da Populonia Alta sul golfo di Baratti, la casa della madre, che Marco chiama la stronza, ma che deve salutare prima di ripartire. Sentori di vecchio cinema italiano affiorano tra le pagine della storia, da Amarcord di Fellini - un film che ha condizionato la cultura del Duemila - a I vitelloni (Monaldo che parte da Rimini per non tornare e saluta mentre il bambino chiede: Perché te ne vai? Non stavi bene qui?), passando per Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati (grande cantore della nostra provincia e del ricordo).
Marco è diventato - come molti ragazzi della sua generazione - un pacco postale che cerca lavoretti estivi per guadagnare un po’ di soldi che gli consentano di scappare di nuovo, in fuga per l’Europa, lontano da una provincia diventata troppo stretta. Marco deve tenere duro fino alla prossima partenza. Forse tornerà a Livorno, ma in un futuro diverso. Vorrebbe aggrapparsi a questa idea, sentire sue quelle radici che ha sempre strappato come erbacce. Vorrebbe tanto trovare un paio di scarpe dal numero giusto, le scarpe di un uomo che a un certo punto decide di restare, di smettere di fuggire dal suo passato. Il Bar da Paolino è un capolavoro di bar avatiano, profuma di passato, di amici che si incontrano per tirare tardi facendo il niente, parlando di donne e bevendo vino, giocando a biliardo e organizzando scherzi atroci. Marco è un protagonista sconfitto, uno che sente sulle sue spalle tutta la pesantezza del vivere. Mi siedo sul mio scoglio, il sole sta tramontando e posa il suo mantello di luce su queste oscure acque salate; mi mancherà. Come Monaldo decide di partire, sa che deve farlo, ma sa pure che la nostalgia del passato sarà compagna della sua vita. Finale straordinario, poetico e suadente, scandito dal ricordo della caduta del muro di Berlino, metafora del cambiamento, di una vita che non potrà più essere la stessa. Ma il presente e il futuro sono ancora da costruire.

Andata e ritorno è un romanzo che ti riconcilia con la letteratura, ti fa capire la sua funzione salvifica e spiazzante. Un romanzo che solleva il morale di un piccolo editore che dopo averlo letto e sottolineato lo pubblica con entusiasmo, perché è una storia che avrebbe voluto scrivere lui, narrata benissimo da una giovane autrice che - buon per lei! - non ha un grande futuro dietro le spalle.  Per noi il futuro è già passato, purtroppo, e non ce ne siamo neppure accorti. 

Elena Ciurli
Andata e ritorno
Edizioni Il Foglio - euro 12 – pag 160

giovedì 22 giugno 2017

Letteratura, chi ti s'incula?

Lo Scrittore Sfigato Episodio 58



Il serial più delirante del secolo sul mondo farlocco della letteratura italiana prosegue!
by Lupi production - www.infol.it/lupi

mercoledì 21 giugno 2017

Virgilio e i Cuentos Frios


Virgilio Pinera - Cuentos Frios
Pag. 160 - Euro 15 - www.edizioniilfoglio.com
Traduzione di Gordiano Lupi

UN RACCONTO DI VIRGILIO

Il signor Ministro (1947)
 

Il Ministro è ormai un'altra persona. Una lieve gaffe commessa in circostanze ambigue ebbe la virtù di capovolgere l'esistenza del signor Ministro. Al punto, che è di rigore tra i personaggi del governo, il corpo diplomatico accreditato, l'alta burocrazia, dire, riferendosi alla brillante carriera del signor Ministro: prima della gaffe e dopo la gaffe... Ma veniamo ai fatti.

No, veniamo prima al Ministro. Preciso, elegante, glaciale, discreto, logico. Signore e bambini. Amici potenti; potente lui stesso. Soprattutto, sicuro; molto sicuro di se stesso. "No, niente può accadere. Dal luogo in cui mi trovo fino a dove la vista può spaziare c'è un determinato numero di metri". Sempre sicuro. Certe parole per una cosa e certe altre per un'altra... Non si può negare che di fronte a un uomo simile sia doveroso inchinarsi.

Una sera, alle cinque in punto, il Ministro esce dalla sua casa. Dobbiamo evidenziare questo fatto, all'apparenza innocente, perché la sua uscita di casa alle cinque non ha niente a che vedere, non assomiglia per niente a tutte le altre uscite che dalle loro case alla stessa ora compiranno milioni di persone. No, il Ministro ha la sua uscita. L'uscita della sicurezza.

Quindi, come mi sento sicuro a raccontare questa storia!

Il Ministro uscì... Quella sera aveva il consiglio dei Ministri. La sera splendida. La città piena di bambinaie e di carrelli dei gelati. La vita splendida. L'autista guida sicuro, va così, gira là, ora si piega un poco, un colpo di clacson, l'auto si ferma. Il severo palazzo delle riunioni. Sono le cinque e mezza.

La sicurezza precede il Ministro. Tenete presente che il Ministro cammina sopra un tappeto di sicurezza. Non può fare un passo falso - impossibile! -, né inciampare - assurdo! -, né cadere in un'imboscata - sparati! -, né ricevere una cattiva notizia, - follia! -. E cammina. E saluta. E fuma amabilmente. E si avvicina a ogni passo più sicuro. Oltrepassa corridoi, lascia alla spalle sale, si allontana da rumorose anticamere. Tutto termina nel suntuoso salone delle riunioni. No, perché immaginare, perché speculare, no, in un istante la sicurezza lo depositerà lì (tranquillo e inguantato).

Ora entra, ora si introduce tranquillo e inguantato, chiude la porta. La mia narrazione quanto è sicura! Deposita la sua cartella sopra un tavolo, lascia il soprabito sopra una sedia, mette una mano qui, l'altra là. Niente meno che le mani del signor Ministro! Possiamo solo dire che automaticamente tutto il luogo è rimasto coperto di sicurezza. E allora il Ministro lascia vagare lo sguardo con eleganza davvero commovente. 

Lo sguardo vaga, vaga... Una vaga farfallina. Improvvisamente smette di vagare - oh, com'è sicura la mia narrazione! -. Lo sguardo si meraviglia, il signor Ministro si meraviglia. Quel che lo sguardo ha visto non è, per fortuna, la grande cucina del palazzo delle riunioni? La cartella non è, forse sopra una tavola per tagliare carni? Il soprabito sopra uno sgabello? E questa mano non stringe, inconsapevolmente, però stringe, una patata, e quest'altra, più in là, non mette in disordine alcune posate? 

Il Ministro non può negare l'evidenza: si trova nella grande cucina. Per la sua testa scorrono mondi, abissi. La situazione è abbastanza critica. E non si può indietreggiare, uscire, tornare suoi propri passi, spiegare. No! Sempre avanti! Più tardi verranno le spiegazioni, le lamentele, le battute, i nuovi giorni. Ma adesso il signor Ministro è nella grande cucina, intrappolato nella cucina. Continuano a scorrere mondi per la sua testa. Questa mano si muove, si muove l'altra. Pare che la sicurezza si impadronisca nuovamente del signor Ministro. Che ora si vede indossare il grembiule; si nota con il cappello in testa; sguscia uova e le sbatte con grande vigore; aggiunge prosciutto; patatine ancora profumate di terra; cipolle, sedano, farina di grano, sale. Tutto eseguito passo dopo passo; senza fretta, senza confusione. La sicurezza si rafforza. L'atto di lanciare la frittata in aria è un trionfo della serenità sul terrore. Adesso un'enorme fonte dorata la riceve. Il signor Ministro prende la fonte tra le sue mani. Adesso esce dalla porta. La sicurezza, come al solito, lo precede. E cammina, e avanza, e un odore delizioso si espande. Il mio racconto scoppia di sicurezza! Il Ministro oltrepassa corridoi, lascia alla spalle sale, si allontana da rumorose anticamere. Ormai la strada si presenta intrisa di una luce agonizzante. Infine la porta maestosa del palazzo. Alcuni passi ancora e il signor Ministro la traspone. La verniciata luminosa attende; l'autista accanto alla portiera. Il signor Ministro si lascia cadere, tranquillo e inguantato sulla sedia. La limousine parte. la sera splendida. La città piena di bambinaie e di carrelli dei gelati. La vita splendida. L'autista guida sicuro, va così, gira là, ora si piega un poco, un colpo di clacson, l'auto si ferma. La casa del signor Ministro. Sono le sei e mezza.

Dio mio, come mi sento sicuro di fronte ai miei lettori! Sono ubriaco di sicurezza! Il signor Ministro esce. L’auto, la sera, l’autista, il palazzo, la porta. Lascia al suo passaggio sale, rumorose anticamere, corridoi pieni di cortigiani. E avanza, e accelera. E sempre avanti. Ed entra. E lascia vagare lo sguardo. E lo sguardo vaga, vaga...  e lascia la fonte sulla tavola per tagliare carni. Si scoppia con tanta sicurezza! Uova, prosciutto, patatine, sedano, sale, cipolle. La sicurezza asfissia i miei lettori! La frittata in aria. La fonte dorata. Ingressi, anticamere, sale, la sera agonizzante, la porta, la limousine, l’autista, i carrelli dei gelati, le bambinaie. La sicurezza esplode come una bomba a mano! E io non posso più impedire che il signor Ministro non possa fare altro.

mercoledì 7 giugno 2017

Farsi insegnare la vita dalle sbarbine

Episodio 56
by Lupi

Il vuoto interiore

Lo Scrittore Sfigato - Episodio 55



by Lupi

Yoani e il populismo


La notizia: https://www.cubanet.org/noticias/yoani-sanchez-el-populismo-cubano-esta-llegando-su-agotamiento/


Il populismo sta finendo

Il populismo cubano sta finendo,
ve lo dice la blogger del momento,
la morte di Fidel sta eliminando
tutta l'incertezza e il malcontento.

Ora ci son io a portar democrazia,
prosperità, benessere e utopia.
Adesso sono arrivata alla mia meta
di blogger piuttosto rinomata.

Il populismo è morto con il Comandante
restiamo noi della rete a far collante
tra Stato, popolo bue che se ne frega
e tutta la gente che gli importa una sega.

Lo dice Montaner e pure Vargas Llosa,
Yoani non fare la pallosa,
a te interessano pecunia e valsente
e se non pagano, dopo chi ti sente!

Yoani, te lo diciamo in coro:
vaffanculo te con tutti loro!
E se poi ti resta un attimino
in culo vacci ancora un pochettino.

lunedì 5 giugno 2017

Yoani farlocca


Di ritorno da Imperia leggo la posta, spedisco pacchi, m'incazzo come al solito con tanta gente strana, chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, ma forse lo strano sono io. Tra tutte le cose strane, mi capita un avviso Google dove leggo che il giornalino farlocco di Yoani Sánchez esce in edicola a Cuba come settimanale. "Sonzogno o son desto?" avrebbe detto qualcuno... Cuba non era una dittatura dove non si poteva parlare? Ma la Sanchez può, pare. Mi vien fatto di pensare, così, en passant, ché io sono uno piccolo piccolo che conta proprio niente, che magari a me interessa davvero Cuba, in tutte le sue sfaccettature. Amo la cultura cubana, traduco Juana Borrero e Julian del Casal (Carneadi, chi sono costoro?), persino Félix Luis Viera e Virgilio Pinera, Heberto Padilla e Cabrera Infante. Altri, invece, pure molti cubanologi del cazzo di casa nostra - non faccio nomi - amano il giro economico che orbita attorno a Cuba. E fanno i soldi con Cuba. Bravi, "voi che siete capaci fate bene ad aver le tasche piene e non solo i coglioni...". Ah, L'Avana, mon amour, avrebbe detto Alejo, el amiguito mio Alejo.

Gordiano Lupi parla del Foglio a Imperia

Laura presenta il suo libro a Imperia




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lunedì 29 maggio 2017

Gaspar, El Lugareño: Un poema de Félix Luis Viera

Gaspar, El Lugareño: Un poema de Félix Luis Viera: Nota: Cada lunes la poesía de Félix Luis Viera. Puedes leer todos sus textos, publicados en el blog, en este enlace . Traducción al ita...


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mercoledì 24 maggio 2017

Lo Scrittore Sfigato si è rotto le palle

Episodio 53



by Lupi

Mi hanno rotto le palle





Mi hanno rotto le palle i fenomeni costruiti dalle grandi case editrici. Mi hanno rotto le palle i quotidiani cartacei, che ognuno dice la sua, ma non la verità, comunque mai i fatti separati dalle opinioni. Mi hanno rotto le palle i tuttologi e chi vive al cellulare, ché bisogna sempre essere connessi. Mi hanno rotto le palle gli scrittori contemporanei, che magari non leggono un libro ma scrivono una cazzata al mese. Mi hanno rotto le palle in molti. Mi rompo le palle anche da solo, a volte. Mi ha rotto le palle il giallo. Mi ha rotto le palle il noir. Mi ha rotto le palle il cinema italiano che prima si è giocato i generi e ora invece fanno i finti generi, ma in televisione. Mi hanno rotto le palle anche i presunti scrittori che s'informano su quanto costa pubblicare un libro. Con me, poi. Ah, mi hanno rotto le palle anche i registi del cazzo che girano film su cose che non conoscono. Due nomi a caso? Veronesi e Johnson. Mi hanno rotto le palle le veline opinioniste che mostrano le cosce in tv, così i maschi dopo si fanno le seghe. Mi hanno rotto le palle le belle fighe che scrivono un libro, ma tanto si sa che non l’hanno scritti loro, c'è sempre un negro dietro, ma i soldi sì, quelli vanno a loro. Mi hanno rotto le palle le famiglie allargate e le fidanzate di papà, ma pure i fidanzati di mammà. Mi hanno rotto le palle i figli fancazzisti, ché tanto è tutta colpa vostra, mi picchiavate da piccino. Mi hanno rotto le palle i cacacazzo e i fan della Cirinnà, che quando c'è un matrimonio gay sono tutti gay e poi fanno le corna alla moglie. Magari con un trans. Mi hanno rotto le palle i pacifisti che votano Grillo, come se fosse un pacifista, e anche i guerrafondai che votano Trump, ché lui sì, è un guerrafondaio. Mi ha rotto le palle la politica, che io non ci ho mai capito un cazzo. Mi ha rotto le palle la letteratura italiana. Come ha fatto, dici? Eh, lo so che non esiste. Non fare lo spiritoso. Mi ha rotto le palle quello che chiamano letteratura, i gialli del cazzo, le camillerate, il giovane scrittore che se la tira, i nani, gli elfi, le ballerine e i calciatori scrittori. E tu? Tu credi di non avermi rotto le palle? Certo che sì, amico mio. Ma ti sopporto, perché ti voglio bene. (Gordiano Lupi)

venerdì 5 maggio 2017

Yoani e le violazioni...


Tutte le donne vittime di violazioni dei diritti umani non ricevute da Bachelet.





http://ellibero.cl/actualidad/las-cinco-mujeres-victimas-de-violaciones-a-los-derechos-humanos-que-bachelet-se-ha-negado-a-recibir/


La mia risposta ironico - poetica


Se parlarti non vuole Bachelet
ci sarà un perché.
Forse sospetta che ci meni per il naso.
Forse non è il caso.
Forse sente puzza di pasticcio
e lei non è il tuo fantoccio.
Non conosco tutte queste signore
ma la Sanchez mi provocò stupore
e se le altre son come la bloggera...
maledetta primavera!
Far la vittima spesso è vincente
cara la mia eroina senza un dente
che a me mi fregasti bene
e son rimasto con le palle piene...
piene delle tue cazzate,
un mucchio di parole congelate.
Quindi non ti lamentare
pensa i tuoi soldi a spalare
fai come Paperon de' Paperoni
e non romperci troppo i coglioni!

sabato 22 aprile 2017

Calcio che passione!

Calciomania che mi contagia e che mi ha sempre contagiato, in fondo, visto che il mondo del calcio è stato il mio mondo dai 16 ai 39 anni. Adesso non seguo più il calcio importante, credo che sia una crisi di rigetto perché ha occupato troppo tempo della mia vita. Ma non posso fare a meno di seguire le gesta eroiche della squadra della mia città - l’Atletico Piombino -  che disputa l’Eccellenza Toscana e quest’anno si trova a un passo dalla Serie D. Come non posso resistere alla tentazione di sfogliare libri di ricordi calcistici che mi riportano al passato, cavalcando al contrario il percorso del tempo. 

E allora se arriva La religione granata di Nicola Morello (Yume Edizioni, 15 euro, pagine 180) corro subito a sfogliare le pagine che riguardano Aldo Agroppi e Lido Vieri, calciatori piombinesi che hanno fatto grande il Torino, protagonisti di alcuni miei libri di fiction (Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino), e mi dico che quando vedo Agroppi magari glielo regalo, questo libro, ché sono sicuro gli farà piacere. La religione granata non è consigliato per coloro che vedono il mondo in bianco e nero, ma è un affresco imperdibile che racconta l’universo granata, dalla strage di Superga ai tempi di Sala, Pulici, Graziani, Mondonico, Radice e compagnia cantante… 


Fabio Belli e Marco Piccinelli, invece, pubblicano Calcio e martello - Storie e uomini del calcio socialista (Rogas edizioni, pag. 105, euro 10,90), un libro un tantino più ideologico e meno di cuore, ma interessante per come compone un affresco storico - sociale che va dall’Ungheria di Puskas alla Polonia di Lato, passando per il Perugia di Sollier e l’Urss del portierone saracinesca Lev Yashin. Indovinatissimo il titolo. Edizioni Incontropiede non finisce di stupirci con l’idea innovativa delle guide di secondo livello che affiancano le guide classiche, tascabili, guide di città europee che tratteggiano itinerari calcistici imperdibili per l’appassionato. 
Primi due volumi Zagabria e Lisbona, a cura di Alberto Facchinetti (factotum della casa editrice e grande esperto di calcio), Jvan Sica e Enzo Palladini (ha contribuito solo per Lisbona). Prezzo economico: 12,50 per 120 pagine in formato tascabile. Unica pecca: poche fotografie e piuttosto scure. Ma i librettini sono pieni zeppi di curiosità, dalla storia di Benfica, Sporting, Belenenses e il ricordo degli stadi dove giocò il Grande Torino, passando per il mito di Eusebio, per toccare i luoghi simbolo della Zagabria calcistica, narrando le stagioni della Dinamo di Jerkovic e Boban. Molte interviste. Rileggere questi libri è per me fare un tuffo nel passato, addentare una madeleine, lasciarmi tentare dal sapore del  tempo perduto. E per un attimo mi rivedo a correre sui campi della Terza Serie, magari quelli assolati e sterrati del Sud che ho sempre amato, campetti dove ho lasciato il cuore e che di tanto in tanto torno  frequentare, in sogno o nei romanzi, grazie a personaggi che sono di fantasia solo per il lettore ma che rappresentano la mia vita. Tanto lo so che il tempo perduto non torna. E allora non resta che leggere e sognare.

venerdì 14 aprile 2017

Una vampata d’amore (1953)

di Ingmar Bergman


Regia: Ingmar Bergman.Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist, Hilding Bladh. Montaggio: Carl - Olov Skeppstedt. Musiche: Karl-Birger Blomdahl. suono: Olle Jacobsson. Costumista: Mago. Direttore di Scena: Crals Ove Carlberg.  Produttore. Rune Waldekranz. Produzione: Sandrewproduktion. Distribuzione: Sandrew Bauman Film. Distribuzione Italiana: Globe Film International. Origine: Svezia (1953). Durata. 92’. Fotografia. b/n. Titolo originale: Gycklarnas afton (La serata dei buffoni). Distribuito in Italia: 1959. Riedizione Televisiva: 1975. Interpreti: Čke Grönenberg (Albert), Harriet Andersson (Anne), Hasse Ekman (Frans), Anders Ek (Teodor), Gudrun Brost (Alma), Annika Tretow (Agda), Erik Strandmark (Jens), Gunnar Björnstrand (Sjuberg), Curt Löwgren (Blom), Čke Fridell (ufficiale), Kiki (il nano), Majken Torkeli (signora Ekberg), Vanjek Hedberg (suo figlio), Curt Löwgren (Blom), Conrad Gyllenhammar (Fager), Mona Sylwan (signora Fager), Hanny Schedin (zia Asta), Michael Fant (Anton), Naemi Briese (signora Meijer), Lissi Alandh, Karl-Axel Forssberg. Olav Riégo, John Starck, Erna Groth, Agda Helin, july Bernby, Göran Lundquist, Mats Hĉdell.

Una vampata d’amore - meglio sarebbe stato lasciare il titolo originale La serata dei buffoni - non è tra i film più noti e celebrati di Ingmar Bergman, contemporaneo a un capolavoro come Monica e il desiderio resta un po’ in ombra, ma la critica francese lo giudica una delle opere nere più riuscite del Maestro svedese. Bene hanno fatto la Ripley’s Film e Viggo srl a riportare sul mercato il DVD di un’opera che in Italia non si apprezzava dalla edizione televisiva del 1975, successiva a quella cinematografica del 1959, visto che da noi Bergman è arrivato con sei anni di ritardo rispetto alla patria di origine. Un DVD realizzato da un master HD CAM in versione originale, fornito dal distributore internazionale NON STOP SALES AB, prezioso e  imperdibile per un collezionista delle opere del regista svedese. La colonna italiana, non essendo più reperibile il negativo colonna, è stata masterizzata e sottoposta a pulizia digitale, a partire da un positivo di 35mm d’epoca stampato dalla Globe Film International per la prima distribuzione italiana del 1959. Non ci sono Extra, questo è il solo limite di un’importante operazione culturale.
Bergman scrive, sceneggia e dirige la storia di Albert (Grönenberg) è il direttore di un circo, stanco di tutto, persino del suo lavoro, separato dalla moglie - che rimpiange non per amore ma per la vita borghese - con una giovane amante (Andersson) che a un certo punto lo tradisce con un perfido attore di teatro. Bergman descrive da grande artista il rapporto logoro tra i due amanti, vissuto tra consuetudini e frasi fatte, gelosie e tradimenti, parole non dette e sogni di fuga. Il finale è molto triste, con Albert deriso e malmenato, dopo aver cercato di vendicarsi del rivale, non riesce neppure a suicidarsi e finisce per uccidere l’orso del circo. Tragedia ridicola, se si vuole, perché tutto torna al punto di partenza: il circo riprende il suo girovagare, Albert torna con la sua amante e la vita prosegue tra delusioni, rimpianti e inutili sogni di cambiamento. In fondo, nel breve volgere di una notte, l’uomo e la donna si sono traditi reciprocamene, perché il primo sarebbe tornato a vivere con la moglie, se soltanto lei lo avesse accettato. L’amante, invece, si è lasciata sedurre da uno squallido teatrante che l’ha ricompensata con un gioiello falso ed è andato al circo per deriderla. Bene ha fatto la critica francese a definire il film un’opera nera che mette in scena un’umanità dolente, incapace di cambiare la propria vita, una storia d’amore non convenzionale, dal contenuto introspettivo che anticipa i futuri capolavori. Un film ricco di immagini cruente, fotografia gelida in bianco e nero, soluzioni di regia originali (figure riprese negli specchi, in controluce), poetici piani sequenza e panoramiche di scogliere, prati e montagne che si specchiano nel mare. Romanticismo espressionista che non presta il fianco a sentimentalismi di sorta e a immagini consolatorie, ma sempre crudo e realistico, persino cinico e sadico. Attori straordinari, impostati secondo le regole del teatro, così come il cinema di Bergman resta sempre molto teatrale, anche se la fotografia di Sven Nykvist conferisce un respiro ampio e grande intensità agli esterni.
Bergman afferma nel libro autobiografico Immagini (Garzanti, 1992): “Il film è un tumulto, ma un tumulto ben organizzato. Lo scrissi in un piccolo hotel nei pressi di piazza Mosebacke, la camera era stretta, con una vista di chilometri sulla città e sulla rada. Dall’hotel si scendeva al teatro attraverso una scala a chiocciola segreta. la sera si udiva la musica che veniva dal palcoscenico della rivista. Di notte, nella sala da pranzo dell’hotel, gli attori e i loro bizzarri ospiti facevano festa. In quell’ambiente, in meno di tre settimane, nacque Una vampata d’amore, scritto di getto, dal principio alla fine, guidato dai demoni della gelosia. Qualche anno prima ero stato sconsideratamente innamorato. Con il pretesto dell’interesse professionale spinsi la mia amata a raccontarmi nei dettagli le sue sfaccettate esperienze erotiche. La specifica eccitazione della gelosia retrospettiva mi logorò, graffiandomi nelle viscere e nel sesso”.
Possiamo dire che il film è una combinazione continua di erotismo e di umiliazioni, che parte dall’episodio di Frost e Alma - narrato in un breve flashback - per poi approfondire il sentimento sviscerando la stanca relazione tra Albert e Anne. Una vampata d’amore non fu accolto bene dalla critica, addirittura un critico svedese scrisse di rifiutarsi di valutare ocularmente l’opera del signor Bergman. Il tempo ha dato ragione al grande regista, perché il film è invecchiato benissimo e resiste con la forza del capolavoro al passare del tempo.