domenica 1 gennaio 2012

Non è la stessa acqua

di Yoani Sanchez
www.lastampa.it/generaciony

La copertina della rivista Voces n.12, che sarà diffusa lunedì 3 gennaio 2012


Il mio piccolo omaggio di fine anno per i commentatori

Cade acqua dai balconi. È mezzanotte in punto quando scrosci sonori vengono gettati dalle finestre, dalle porte che danno sulle strade e sui vicoli. È il liquido residuo dopo un lento lavaggio, sono i resti di un bagno nazionale fatto con la brocca e senza sapone. Il corpo del paese lavato male, tra macchie e frustrazioni, puzza di sudore, ma con la civetteria di mettere talco sotto le ascelle, profumo per coprire cattivi odori, un fazzoletto da guappo per asciugare la fronte. Se quel torrente di mezzanotte potesse parlare, invece di finire sull’asfalto e schizzare i curiosi, avrebbe tante cose da dire. Sarebbe un grido, un rantolo. L’acqua è sempre stata una presenza immancabile di ogni 31 dicembre, una vera e propria costante. Quando mancavano maiale e pomodori, nei periodi in cui persino una libbra di riso costava la metà di un salario mensile, avevamo sempre questo liquido così elementare e al tempo stesso complesso per scaricare l’ira, la frustrazione e la paura. I genitori spargevano il cibo nel piatto per farlo apparire una maggior quantità, ma al momento di prendere il secchio per gettarne il contenuto verso l’oscurità non facevano economia. Il secchio era strapieno, traboccava, proprio come il nostro disgusto.

Alcuni giorni fa uno scienziato con il camice bianco spiegava in televisione che l’acqua conserva la memoria, le tracce e le impronte di ciò che ha avuto vicino. Allo stesso modo, i getti d’acqua che scorrono ogni notte di San Silvestro sulle nostre facciate, finiscono per tradirci. Se potessimo metterli sotto l’occhio indagatore di un microscopio rivelerebbero particolari sotto forma di remo, zattera, molecole che hanno assunto il profilo di una maschera, di un documento rosso che alcuni preferiscono nascondere in fondo a un cassetto. Conservano il nostro atteggiamento per il domani, il rumore delle mani che si lavano, il gorgogliare della tisana in ebollizione. Ogni goccia di quella sostanza è l’informazione più completa che oggi si può scrivere su di noi. Il viaggio lungo le condutture, alcune ossidate e fessurate; altre nuove, in materiale plastico e indistruttibile. Il rubinetto che si apre con un solo tocco e un altro rattoppato con fil di ferro perché non perda durante la notte. L’acqua che cade sui piatti di metallo ricurvo di molte persone oppure che scroscia sulle stoviglie limpide in qualche casa di Atabey.

Il bambino che si lava in una catinella perché lo stesso sapone dovrà essere usato per pulire il pavimento, e il pensionato con le spalle curve che spinge a fatica il carrettino con i bidoni dall’idrante fino al piccolo appartamento in cui vive. I getti modello jacuzzi di qualche hotel, la quiete delle onde azzurre in una di quelle piscine che si possono vedere solo da Google Earth, perché nascoste da una siepe di marpacifico e sorvegliate da cani da guardia, immancabili in certe residenze. Non è la stessa acqua. Si prosciuga in una pozza dove sarà bevuta da un cane randagio, lascia una macchia di umidità su quel tetto prossimo al crollo. L’acqua che compie cerchi concentrici in un bicchiere provocati dalla voce dell’inquirente in una cella di Villa Marista. Vuole bere qualcosa? Ha sete? Domanda, e il prigioniero sa che un sorso di “quella cosa” forse lo farà cantare come un usignolo oppure gli provocherà una fitta dolorosa nel petto. Ma c’è anche un’altra acqua, fredda e con ghiaccio, che viene offerta quando entriamo in casa di un amico. Il nuovo arrivato cerca di scoprire se è bollita, per il problema delle amebe che da anni non si riescono a eliminare, ma preferisce rischiare prima di far capire che non si fida. Abbiamo anche l’acqua con miele e chiara d’uovo che ci bagna i piedi in ogni porticato di calle Reina, perché “le cose cattive” vanno buttate fuori e gettate per strada.

Per questo motivo, tutti insieme, senza che qualcuno l’abbia ordinato o suggerito, prendiamo un catino, un secchio e attendiamo che l’orologio segni la mezzanotte. Il rito più cronometrato e libero che compiamo ogni anno, il battesimo con cui cerchiamo di preparare la nostra Isola ai dodici nuovi mesi che l’attendono. Ma l’acqua non è sufficiente, non basta per pulire ed espellere i residui accumulati. La purificazione è ben lungi da essere completa. Dobbiamo ripetere l’operazione ogni 31 dicembre, darci da fare per riuscire a vuotare il contenuto dei nostri recipienti nel preciso istante in cui inizia il nuovo anno. I getti d’acqua che finiscono per strada continuano a denunciare la nostra situazione, il torrente parla e in quelle particelle di idrogeno e di ossigeno restano le tracce dei nostri desideri. La relazione più completa sulle nostre aspirazioni scomparirà al mattino, si asciugherà con il sorgere del primo sole.


Traduzione di Gordiano Lupi

Nota del traduttore: Il racconto di Yoani fa riferimento all’usanza cubana di gettare fuori di casa - alla mezzanotte del 31 dicembre - un secchio ricolmo d’acqua che rappresenta tutte “le cose cattive” accumulate durante l’anno. Il rito esorcizza il male ed è beneaugurante per il futuro.

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